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Fabrizio Sabatucci si racconta (foto gentilmente concesse dall'uff. stampa Antonella Matranga - Credit: Alessandro Pizzi) kosmomagazine.it
Fabrizio Sabatucci è un attore affermato del panorama televisivo italiano, che è tornato in tv con nuovi progetti tutti da scoprire.
Tra le tante esperienze, possiamo assistere alle sue partecipazioni nelle serie tv Rocco Schiavone e Il Commissario Ricciardi, diventate ormai dei veri punti di riferimento per il mondo dello spettacolo. Sempre appassionato di arte e recitazione, sta ora per tornare lì dov’è nato tutto: sul palcoscenico di un teatro, su cui darà appunto vita a un nuovo spettacolo della sua compagnia teatrale FORMI4.
Una vita all’insegna dell’arte e della recitazione. Quando nasce tutto questo e cosa le ha spinto a proseguire su questa strada?
Nasce dalle domeniche pomeriggio quando, invece di uscire con i miei coetanei per giocare, restavo in casa a guardare i film di Alberto Sordi. Ero attratto da quel personaggio, dal suo magnetismo e dal suo modo di raccontare, di guardare, dalla sua schiettezza e dalla sua furbizia. Cercavo sempre di imitarlo.
Quanto c’è di Alberto Sordi nel suo modo di recitare?
In realtà non c’è molto, perché crescendo e studiando questa arte, ho avuto modo di scoprire la mia unicità. In questo lavoro non si arriva mai, ma si ha sempre l’opportunità di approfondire tanti aspetti ma soprattutto di conoscersi. Attraverso la propria conoscenza, si riesce a mapparsi emotivamente e a cercare di ridonare le emozioni ai propri personaggi. Non si dovrebbe insomma imitare nessuno ma cercare di essere sempre sé stessi.
E prendere anche spunto dalle storie che interpreta per poter crescere?
Ci sono personaggi che a me hanno aiutato molto, soprattutto in teatro. Ho la fortuna di avere una compagnia che da anni porta in scena storie contemporanee, lavorando con autori molto importanti. Tutto è al fine teatrale e al fine del personaggio.
Cosa ricorda del suo primo debutto da attore? Quale sensazione prevalse più di tutte quando entrò a contatto con il pubblico?
Ansia. Tanta paura, ma è così che dev’essere. Quella paura dell’attimo prima che si apre il sipario la si avrà per tutta la vita. Magari con il tempo si impara a gestirla: in passato era quell’ansia che gestiva me, ma guai a non avere quella piccola paura. Non ci deve essere mai troppa serenità o tranquillità. C’è insomma quella sensazione lì, ma quando si apre il sipario si rompe quella bolla emotiva e si fa entrare il pubblico nella tua e in quella del personaggio. Tutto diventa meraviglioso.
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Un’ansia che aiuta a fare meglio…
Potrebbe essere descritta come quando parte l’aereo. Prima che raggiunga quota, si ha quella sensazione “strana” nella pancia. C’è quella gravità misteriosa che fa quasi muovere gli organi dentro di noi. Quando l’aereo si mette invece in orizzontale, torna tutto apposto. Succede questo un attimo prima dell’apertura del sipario.
Dal 19 febbraio è di nuovo in tv con Rocco Schiavone, e presto anche con Il Commissario Ricciardi insieme a Lino Guanciale. Cosa hanno rappresentato per lei questi lavori e quanto ha influito la sua storia di vita nella realizzazione dei suoi personaggi?
Rocco Schiavone è un primo amore, perché ero nella seconda stagione e ora torno nella sesta. Nei libri di Antonio Manzini il mio personaggio ad un certo punto torna, perché il protagonista torna a Roma per una vicenda e quindi trova un suo vecchio collega e amico. Oltre ad aiutarlo nella missione di risolvere il caso, lo supporta anche in un suo problema personale. Ho ritrovato Marco Giallini, con cui ho fatto anche un altro film e che conosco fuori dal set, e Simone Spada con il quale avevo lavorato in un’altra pellicola. Ho quindi ritrovato un ambiente familiare.
Fabrizio Sabatucci e il lavoro con Lino Guanciale
Su Il Commissario Ricciardi, la parte bella è che conoscevo Lino Guanciale già prima di questo lavoro. Sul set c’è stata una grande generosità da parte di tutti gli attori, soprattutto perché sono entrato in una serie che è già alla terza stagione e che ha avuto molto successo in passato. Mi hanno accolto tutti calorosamente, e questo è molto utile per l’attore che entra, perché ha modo di trovarsi a suo agio e di esprimersi dando il meglio di sé.
Cosa le ha insegnato Lino Guanciale e com’è stato lavorare con lui?
Lino è una persona meravigliosa; io lo ricordo perché viene anche lui dal teatro, anche lui ha fatto la sua gavetta e se la ricorda. Sul set è un uomo semplice, splendido, dedito al lavoro e che lavora a testa bassa, va dritto sulla sua strada, è un po’ come tutti noi.
C’è qualche anticipazione che può darci sulla nuova stagione de Il Commissario Riccardi?
Personalmente entro con un personaggio che è un capitano romano, un fascista dell’epoca, una sorta di sovversivo che tenta un colpo di stato. Va a rompere le uova nel paniere al commissario Ricciardi, e poi si capirà se ci riuscirà o meno.
Non solo tv, dal 6 marzo torna a teatro con lo spettacolo FORMI4 della sua compagnia. Com’è nato questo progetto?
L’idea nasce prima del Covid e questa sarà la terza edizione. Volevamo raccontare una storia derivante da vari fatti di cronaca, e abbiamo cercato di trasmettere quello che volevamo raccontare alla nostra autrice Francesca Staasch. Lei lo ha fatto in chiave “cartoonesca” e riprende un po’ la versione di Inside Out. Noi siamo andati in scena per la prima volta nel 2022, lo abbiamo rifatto nel 2023 e questo sarà il terzo anno. Raccontiamo le 6 emozioni che si trovano nella testa di una donna, la quale dovrà prendere una decisione importante. E’ presente il tema dell’eutanasia, che noi abbiamo voluto raccontare mediante la chiave dei cartoni, anche se sotto c’è un dramma abbastanza forte e un finale molto importante. All’interno della sua testa c’è una lotta tra queste emozioni: senso di colpa, sistema nervoso, razionalità, cuore, coscienza e la speranza. Tutto questo è una faida interna in questa testa.
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Vedendo Inside Out 2, che è uscito lo scorso anno e 2 anni dopo la nostra prima edizione, ho scoperto che gli stati d’animo si trovano su dei letti che hanno lo stesso colore di quelli proposti da noi. Sicuramente non credo che i loro sceneggiatori siano capitati nel nostro spettacolo, ma di certo è una coincidenza bellissima. Con me ci saranno Gabriele Linari, Ughetta D’Onorascenzo e Fabiana Bruno, oltre che Veruska Rossi e Riccardo Scarafoni.
Lei lavora anche come insegnante alla Dam Academy, dove trasmette la sua passione ai giovani. Cosa consiglia ai tanti sognatori che incontra?
La prima cosa che devono capire loro è la passione con la quale affrontano tutto ciò. Quando inizio le lezioni parlo sempre di autenticità, perché ora si tenta sempre di limitare qualcosa a qualcuno. Bisogna capire, nella forma autentica: “Chi sono? Mi piace davvero fare questo?“. Laddove ci sia un talento, noi chiaramente lavoriamo per questo, ma è importante mapparsi per conoscersi. La passione aiuta a superare tutto.
Futuri progetti?
Ho appena finito di girare una miniserie Rai intitolata Il Morbo K, per la regia di Francesco Patierno. Sono molto legato a questo lavoro perché è tratto da una storia vera: parla di un medico che, verso la fine della seconda guerra mondiale, si inventa un morbo finto per salvare più di 1000 ebrei all’interno dell’Isola di Brina, un ospedale molto famoso a Roma.